Per molti anni ho fotografato soprattutto quello che qualcuno mi chiedeva di fotografare.

Una casa. Un hotel. Una villa. Un appartamento.

C’era un incarico, una data, un numero di fotografie da consegnare e un cliente che aspettava il risultato.

È il modo normale di lavorare quando fai il fotografo di professione. Il lavoro arriva, lo interpreti, lo realizzi e lo consegni.

E mi piace ancora farlo, quando il progetto è interessante.

Ma a un certo punto ho iniziato ad accorgermi di una cosa.

Ogni tanto mi trovavo davanti a un edificio che avrei voluto fotografare semplicemente perché mi interessava.

Non c’era un cliente. Nessuno me lo aveva chiesto. Non c’era un preventivo da preparare, né una scadenza, né qualcuno che aspettasse le fotografie.

Eppure tiravo fuori la macchina fotografica e lo fotografavo.

Il lavoro commissionato ti insegna a rispondere. Il lavoro personale ti insegna a scegliere.

Quando fotografo una casa per un cliente, molte delle decisioni sono già state prese.

La casa esiste.

Il cliente ha bisogno delle fotografie.

Ci sono degli ambienti che devono essere mostrati, una funzione precisa per quelle immagini, un pubblico a cui saranno destinate.

Io devo trovare il modo migliore per raccontare quello spazio.

È un lavoro che richiede esperienza, attenzione e capacità di interpretazione.

Ma c’è sempre qualcun altro che, almeno in parte, ha stabilito perché quella fotografia debba esistere.

Quando fotografo un edificio che ho scelto io, invece, non c’è nessuno.

Devo decidere tutto.

Questo edificio mi interessa davvero?

Cosa voglio raccontare?

Cosa voglio lasciare fuori?

Qual è il punto di vista che mi interessa?

La luce che sto cercando è quella giusta o dovrei tornare?

Una fotografia funziona perché mostra bene l’edificio oppure perché racconta qualcosa che va oltre l’edificio?

Sono domande diverse.

E probabilmente sono proprio queste domande che, nel tempo, costruiscono una voce fotografica.

Non tutto quello che fotografo deve essere vendibile

Per molto tempo ho avuto, come molti fotografi professionisti, una specie di automatismo mentale.

Se una fotografia non aveva un cliente, un utilizzo o una possibile applicazione commerciale, sembrava quasi tempo perso.

Andare in una città e fotografare un edificio senza che nessuno me lo avesse commissionato poteva sembrare un lusso.

Un lavoro non pagato. Un esercizio. Qualcosa da fare “se rimane tempo”.

Oggi la penso diversamente.

Una fotografia non deve necessariamente avere un cliente per avere un motivo per esistere.

Può essere semplicemente una fotografia che voglio fare.

E forse, dopo tanti anni passati a fotografare soprattutto per gli altri, è una cosa piuttosto importante.

Copenaghen, Stoccolma, Malmö, Londra

Negli ultimi anni ho iniziato a fotografare architetture anche durante i viaggi.

Kaktus Towers a Copenhagen.

Norra Tornen a Stoccolma.

Turning Torso a Malmö.

Black Diamond a Copenhagen.

Karlatornet a Göteborg.

La City di Londra.

La Nuvola Lavazza e il Lingotto a Torino.

Il Palazzo della Civiltà Italiana e il quartiere Coppedè a Roma.

Alcune sono architetture contemporanee. Altre appartengono a epoche completamente diverse. Non c’è sempre un progetto preciso dietro. A volte vedo un edificio e penso semplicemente: questo voglio fotografarlo. E parto da lì.

Non è sempre la fotografia più importante della giornata. Non sempre il risultato è quello che avevo immaginato. A volte torno a casa con una fotografia che mi convince poco. Fa parte del gioco. Perché in questo caso non sto cercando di produrre una fotografia “giusta” per qualcuno.

Sto cercando di capire come voglio fotografare io quell’edificio.

La differenza si vede anche nel portfolio

C’è un’altra cosa che ho iniziato a capire.

Per molti anni il mio portfolio è stato, inevitabilmente, il risultato degli incarichi che ho ricevuto.

È una conseguenza abbastanza logica: sei un fotografo professionista, arrivano dei lavori, li realizzi e poi scegli i migliori per mostrarli.

Ma questo significa anche che, in una certa misura, è il mercato a decidere cosa finisce nel tuo portfolio.

Se arrivano molte ville, il portfolio si riempie di ville.

Se arrivano appartamenti, avrai appartamenti.

Se arrivano hotel, avrai hotel.

Non c’è nulla di sbagliato.

Ma dopo qualche anno puoi ritrovarti con un portfolio che racconta molto bene quello che ti è stato chiesto di fotografare, e un po’ meno quello che vorresti fotografare.

Per questo oggi mi interessa sempre di più mescolare le due cose.

I lavori commissionati continuano ad avere il loro spazio.

Ma accanto a questi voglio costruire un corpo di immagini che nasce da una scelta personale.

Un edificio che ho incontrato durante un viaggio.

Un’architettura che mi ha incuriosito.

Un interno nel quale sono entrato e che ho avuto voglia di osservare attraverso la macchina fotografica.

Non perché qualcuno avesse bisogno di quelle immagini.

Perché ne avevo bisogno io.

E adesso voglio continuare

Helsinki. Riga. Tallinn. Barcellona. Vienna.

Ci sono edifici che ho già fotografato e che attendono di essere pubblicati: Oodi a Helsinki. La National Library di Riga. Rotermann e i grattacieli di Tallinn.

Poi altri luoghi, altre città, altri edifici che ancora non conosco.

Non so necessariamente cosa ne verrà fuori.

Ed è proprio questo il bello.

Non sto costruendo una lista di lavori da consegnare.

Sto costruendo, lentamente, un archivio di cose che ho scelto di fotografare.

Forse fra qualche anno guarderò alcune di queste fotografie e penserò che erano inutili.

Altre magari saranno diventate tra le immagini che sento più mie.

Non posso saperlo adesso.

Il paradosso

È una cosa curiosa per un fotografo professionista.

Per anni ho pensato che una fotografia avesse valore soprattutto quando qualcuno era disposto a pagarla.

Oggi penso che possa essere vero anche il contrario.

Alcune delle fotografie che mi interessano di più sono proprio quelle che nessuno mi ha chiesto.

Non perché siano necessariamente migliori.

Ma perché dentro quelle fotografie c’è una cosa che un incarico non può garantire: la scelta.

Ho scelto io il luogo.

Ho scelto io di fermarmi.

Ho scelto io cosa guardare.

Ho scelto io quando premere il pulsante.

E forse è questo il motivo per cui continuerò a fotografare edifici che nessuno mi ha chiesto di fotografare.

Perché, almeno questa volta, quando guardo il portfolio, posso dire che quelle fotografie le ho scelte io.